Megalex [rece]

La mia recensione di Megalex è nelle pagine di Fumetti di Carta. Precisamente QUI.

Se lo comprate e vi piace, è merito mio. Se lo comprate e non vi piace, io non c’entro nulla.


E il Diavolo se lo portò via

Aveva un volto simpatico, il sic. Forse per i capelli, o forse perché era simpatico e basta. Alcuni lo conoscevano per le sue interviste, buffe, colorite e con quella sincerità che questo mondo disprezza. Altri lo conoscevano perché in gara era una bestia. Di quelle che ci mettono l’anima e tutto il resto. Altri lo conoscevano. E lascio a loro il dolore.

Io invece vorrei capire perché se lo sono portato via. La pista è un rifugio in cui chi ha talento decide di metterlo in ballo. E a volte, sulla pista, ci scorrazzano presenze dannate che dovrebbero pescare altrove. La sporcizia di questo mondo non si trova in pista, e a volte chi di dovere se lo dimentica. Non c’è un call center per robe come questa? Un 666 da contattare in caso di malfunzionamento del servizio? Quei capelli non dovevamo vederli durante la gara. Non li abbiamo mai visti, durante la gara. E’ stato spogliato dal dannato destino, messo a nudo. Il sic ha trovato una bestia più agguerrita di lui. E anche se la cosa è poco credibile, dobbiamo stare al gioco, alla vita e alla morte.

Il Diavolo se lo portò via in una giornata che non avrebbe aggiunto nulla ad un campionato che aveva già detto tutto. Ha deciso di prenderselo nel circuito in cui il sic diventò campione del mondo, nel 2008. E oggi, nel 2011, sbarra e chiude la serratura ad un cerchio che non meritava un esito così infame.

Non riposare in pace, sic. Ovunque tu sia in questo momento, sgomita e combatti la tua guerra, in sella.


Anime perdute

Miriam ha bisogno di aria. Si alza dal letto, si infila una t-shirt taglia xxl e cammina con cattiveria verso il balcone. Il pacchetto di sigarette si fa notare, si sbraccia, consapevole di avere un fascino irresistibile. Miriam ne prende una e l’accende, davanti ad una luna che sembra aver già detto tutto in questa notte infinita. Il pensiero di averlo perso è un gigantesco fardello che la fa sprofondare nell’abisso del rimorso. Il morso delle labbra è un vecchio meccanismo nervoso che scatta in situazioni come questa. Ma ora Miriam sta sanguinando. Se lo sente in bocca quel sapore amaro di sconfitta. Fingere complicherebbe ancor di più la faccenda, e lei di roba complicata ne ha piene le vene. Appoggia i gomiti sul cornicione e si porta le mani sui capelli, rendendosi conto che hanno bisogno di essere lavati almeno quanto la sua anima, oggi più di ieri impura e imperfetta.

Carlo esce di casa con addosso tanto orgoglio e poca lucidità. Traballa da far paura, e sbiascica qualche parola a sè stesso, che non comprende in pieno. Oggi l’hanno licenziato dal suo undicesimo lavoro, senza dargli una spiegazione che possa definirsi tale. Carlo sta male, male da morire. Perché il sogno che aveva è rimasto nel cassetto, la cui chiave non è mai stata creata. Lo so dove sta andando, e lo sa anche lui. Ma ammetterlo è dura, come sempre. E Carlo non l’ha mai ammesso. Raccontava balle persino al portiere del suo palazzo, un povero cristo dall’aria innocua e contratta. Mentiva sulla sua età quando non si sentiva all’altezza, e creava nuovi profili su Facebook acquistando il fascino di attori, calciatori e modelli. Lo faceva anche per dimenticare il suo più grande amore, che aveva finito per incidersi sul petto, a vita. Quella “M” aveva bisogno di una ripassata, non era più come prima. Ma che scopo aveva farsi aggiustare il simbolo dell’amore perduto? Era meglio così. Meglio sbiadito.

Miriam si è lavata, ma non si sente ancora pulita. Sente che deve pagare in qualche modo per averlo fatto soffrire, solo così potrà essere perdonata. Allora torna sul balcone, al cospetto della luna, e si affaccia con indecisione.

Carlo ha ancora le chiavi di casa sua. Gli aveva detto che avrebbe cambiato la serratura, ma non l’ha mai fatto. L’uomo si avvia con decisione all’interno dell’ascensore, e spinge con amore il numero 5. Arriva davanti alla porta, e dopo un momento di esitazione prova ad inserire la chiave e a girarla. La porta si apre, mentre Miriam suda freddo davanti al cornicione. Il suo corpo sta per lasciarsi andare, ma la sua anima non demorde, e si tira indietro. Carlo mette piede in balcone proprio nell’istante in cui Miriam si è girata. La donna abbozza un sorriso, e l’uomo ricambia. Poi, con tutta la forza che ha in corpo, le mette le mani al collo e stringe. Stringe con amore. Miriam, già senza vita, cade dal quinto piano. Carlo mette la mano in tasca, prende una pistola, se la porta alla tempia e spara. Spara con amore.


La domenica famelica

Di domenica ho fame. Allargo il mio dominio online, in cerca di risposte rassicuranti. Ordino una pizza con vista, dall’aspetto invitante e provocante. Indovino chi viene a cena e l’idea non mi piace. La scarto a priori. Allora comincio a muovere le mie pedine, con la speranza che il mio avversario sia meno ferrato di me. Tocco ferro e faccio la mia mossa. La pedino, la marco stretto, la ragguingo e la divoro. Ma la fame è una brutta bestia, dura, lunga e impura. Scandisce il tempo, lo manipola, lo agita, lo abita. E io non trovo più la bussola, rotolata via nel vagone del coglione, candidato all’oscar del candito. Gli hanno dato adito di pensare di essere un vero fenomeno. E’ l’enorme beffa della vita, che ti fa desiderare un mondo migliore in cui mangiare, ma mai perdonare chi ti offre del cibro avariato. Di domenica mi sale una fame che non puoi clonare nè imitare. Ma mi devo limitare, me l’ha detto anche Gianni, ottimista di natura. Non è un’avventura questa, e se ti dicono che lo è, non crederci. Fanno di tutto per sviarti, mortificarti, sminuirti e annebbiarti la vista. Ma fai come faccio io, arrampicati fino in cima, anche sugli specchi se serve. E se non ti crederanno, lasciali alla loro ignoranza con troppa sostanza e poca fragranza. Rispettare sè stessi non è un comandamento, ma un buon andamento. E come andrà il mondo chi lo sa. Vorrei sapere cosa ci sarà da mangiare fra cent’anni. Vorrei ordinarlo, mangiarlo, coniugarlo e interrogarlo. Scoprirei infine di cosa siamo fatti e lo metterei agli atti. E davanti al dipinto di Guernica, mi godrei quest’infinita domenica famelica.


Charlie 01

Sono Charlie, e sono al cesso. Digito dal Mac della mia ex, leggendo Tex e bevendo una Beck’s.

Sono raggiante, andante e dissonante. Odio chi mi ama, amo chi mi odia, perché mi da soddisfazione. Non mi piace l’azione, sono pigro e malvestito. Non accetto consigli da nessuno, soprattutto da te. Vivo quando posso, muoio nel quotidiano. Non sono tenero, socievole nè ammirevole. Sfuggo alla folla, distruggo i momenti di gioia. Ho rispetto per qualsiasi concetto che stia in un letto, che sia perfetto e che non abbia prezzo. Mi indispettisco più del dovuto, per un amico venduto e per un formale saluto. Sono al di sopra delle aspettative, e mi annoia chi convive ma non sopravvive. So stare con tutti, ma con me sto meglio. Sono il dono preferito di chi non ne ha, e di chi ne ha troppi. Odio i tipi eccentrici, al centro del discorso e quelli che si svendono per vincere il concorso. Mi chiedo se siamo uomini o animali, perché non ne vedo più di leali. Sorseggio i miei giorni, li tinteggio e poi li sfregio. A volte provo vergogna, e mi chiedo se sia il caso di mettermi alla gogna. Credo che il castigo sia un vizio antico, datato e sorpassato. Ma credo anche di averne combinate tante, troppe. E di toppe davvero poche.

Sono Charlie, e l’ho fatta grossa. Se ne avrò voglia, ve la racconterò.


L’ultima sbornia in California

Le disse che il paradiso poteva attendere, perché era sicuramente più paziente di lui. Diceva che era colpevole di tutto, e che aveva provato a farsene una ragione, prima di farsi sua sorella. Quella sbornia in California era stata più potente del previsto. Aveva avuto ciò che si meritava, non c’era dubbio, ma probabilmente anche oltre. Le disse una marea di cazzate, quella sera, tanto che si persero nell’oceano con i suoi buoni propositi. “La finirò con questa merda, amore, te lo prometto.” Ma la verità è che il suo amore era proprio quella merda, e lui lo sapeva, almeno dentro di sè. La mattina successiva a quella brutta faccenda, lei gli disse di rimboccarsi le maniche e di rimediare a quel casino mostruoso che aveva creato. E come se non avesse sentito, lui si rimboccò le coperte e si sistemò di fianco, accanto alla sua bottiglia piena zeppa di tristezza. Se l’avesse saputo che sarebbe finita così, avrebbe chiesto di non venire al mondo. Ma a chi avrebbe potuto rivolgersi? I suoi non l’hanno mai ascoltato in vita, figuriamoci in grembo. E se anche ci fosse un Dio, non avrebbe certo arrestato il naturale processo di nascita per un capriccio infantile. Quando lei se ne andò sbattendo la porta, lui non la sentì nemmeno. Un pò perché aveva quella merda gialla che gli usciva dalla orecchie, un pò perché a volte dava troppa importanza a sè stesso, tanto da sentirsi l’unico a questo mondo. Si svegliò dopo circa 3 ore, ma a lui sembrò di aver dormito per una vita intera. Si guardò intorno, vomitò un pò qua e un pò là, e arrivò in cucina a gattoni. Si alzò con l’aiuto del tavolo, che a lui sembrò si muovesse, tanto che lo ringraziò. Quel messaggio scritto su carta riciclata parlava chiaro. Lei non sarebbe più tornata. E lui si sentì perso. Uscì e camminò finchè le gambe gli ressero, poi si trascinò fino in spiaggia e iniziò a scavare nella sabbia. Terminò la sua fossa quando il sole se n’era già andato. Ci si mise dentro con la sua bottiglia, e bevve. Bevve finchè il vomito della sua anima lo ricoprì.


Di notte, nel parco

La vedi camminare nel parco, di notte, e ti chiedi se suo padre l’abbia vista, prima che uscisse di casa. C’è di sicuro che quei due maniaci deformati l’hanno adocchiata da quando ha messo il tacco nel loro territorio. Sono due viscide creature che si divertono così, stanando la preda calda nel momento del desiderio. La ragazza indossa un maglioncino scollato color carne, un paio di jeans corti a cui non rimane più molto da nascondere, e un paio di scarpe che l’aiutano a muovere il suo culo come desidera. A completare l’opera, un trucco ingenuo e sottile. I due maniaci sono pronti, il primo è dietro all’albero, e il secondo è a pochi passi, seduto sulla panchina del peccato. Passano due, tre, quattro minuti, senza che la ragazza si faccia vedere. Eppure quella è l’unica via d’uscita dal parco, di notte. Poi, dopo un rumore dannato, qualcosa cade accanto al maniaco che siede sulla panchina. L’uomo, giratosi di scatto, emette un sordo grido che gli si strozza dentro. Ha appena visto una testa, che probabilmente qualcuno deve aver reciso di netto da un corpo, precisamente il corpo del suo compare maniaco. Allora, con il cuore in guerra, l’uomo alza gli occhi verso l’alto e vede la ragazza appollaiata sul grande tronco dell’albero. Il maniaco si alza tremante, e inizia una lenta corsa surreale che termina qualche metro più in là nel parco, di notte, senza testa.


Charlie

Mi è venuto in mente Charlie.

Charlie è un’entità immaginaria che prenderà in prestito il mio blog, di tanto in tanto, perché il suo è in manutenzione. Vorrei dirvi qualcosa in più riguardo Charlie, ma mi è impossibile. Quindi aspettate fiduciosi il suo primo intervento e ignoratelo se cercherà di provocarvi insultandovi o raccontandovi spiacevoli situazioni. E’ solamente Charlie.


Pro e contro di un trasloco

Pro:

è tornata la voglia di scrivere, prepotentemente;

wordpress è più fico di blogspot…

Contro:

…ma non ci capisco un cazzo.


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